giovedì 8 luglio 2010

Gli inizi

1999

Mi ritrovo qui su questa sedia, di fronte a questa finestra ed alle tante foto sul muro. Nel commissariato sono solo ed in attesa. Guardo le foto . I volti di quelli che cercano, e che in questo momento fuggono. 
Lui ha la solita faccia ed il sorrisetto  appiccicato su una faccia con pochi peli sotto al mento.
Riccioli neri   con lo sguardo in cui intravedo una luce ironica.
Rivedo Giulio dopo qualche anno, ed è lì su quel muro.
-Almeno tu glielo hai rotto il culo fratello, penso. 
-Sono qui a sbrigare minchiate e tu fuggi.

Il vento arriva da fuori nella stanza. Sposta le carte su tavolino. E' l'attimo in cui ricollego i pensieri, tutto torna e mi ritrovo ad annodare qualcosa che è rimasto lì, assopito ma in attesa di un motivo.
E allora ritorno sui miei passi e quello che è stato ritorna davanti a me.


Perché mi sono spinto fino a questo punto. Non frega un cazzo a nessuno di chi perde. 
Torni a casa, nell'angolo della tua stanza con la luce accesa, i riflessi dell'ombra ed il ricordo del sangue. Del suo odore. 
Dicono sia uguale dappertutto. sui marciapiedi come nelle trincee. Ed io di questo vi parlerò. Perché l'ho incontrato.








1975-1978
Torino

Trascorro il tempo guardando fuori dalla finestra. Piove.
Le luci si accendono, l'asfalto riflette tutto. E' bello anche il cemento in certi momenti.
-Vieni di qua con noi-
E' mio padre che mi chiama, ha rotto l'incantesimo.
Mi avvio. Il mio cane scodinzola e trotterella lungo il corridoio.
Ho voglia di tornare nella mia stanza e di guardare di nuovo l'asfalto e le luci.

La tenda sul balcone si muove arrotolandosi in modo placido su sé stessa, mio padre la raccoglie per non farla scuotere dal vento.Le Alpi sono di fronte ed  il sole se ne va piano in compagnia della pioggia che schizza tutto attorno, .
Il mio vecchio si accende una sigaretta e mi guarda
-Ci dai troppi pensieri, quand'è che metti la testa a posto?-

Una placida e borghese famiglia italiana intorno alla tavola, una sera di un tempo in cui soldati clandestini avevano dichiarato guerra al mondo ai padri ed alle madri che gli servivano il cibo.
Guardo le mie sorelle, il sottofondo del telegiornale alterna notizie  con immagini delle strade che conosco.
La giornata è stata dura però il racconto lo tengo per me, immergo lo sguardo nel piatto e ne fisso i cerchi concentrici .

In gruppi compatti c'eravamo mossi scandendo i soliti slogan. In fila e sottobraccio i più giovani e meno esperti venivano guidati da noi.
Il passaggio davanti al bar era stato veloce, un botto, una fiamma ed odore di carne bruciata. I lacrimogeni, le urla e la fuga.

Guardavo il televisore  di fronte all'immagine di un corpo grigio seduto su una sedia. Immobile come una statua di sale.
La voce concitata del cronista marcava le parole con cui si descrivevano gli assassini.
-Chiunque l'ha fatto e per qualsiasi motivo è passato dalla parte del torto-
Mio padre stendeva una lapide di parole su quello che avevo visto accadere.
Io avrei voluto stendere una lapide su di lui ed in quel momento lo odiai.


Mi scorrevano poi in camera   immagini di strade senza orizzonte, metallo e macchine. Torino.
Tute blu e lavoratori che escono a frotte da una fabbrica.
Ciminiere e fumo.
Un panorama desolato che ti spinge a cercare nelle tasche i pochi spiccioli per pagarti un biglietto ed andare via. 
Ricordo quell'atmosfera strana, da ragazzo e d'inverno. L'attesa del pullman sotto casa. La nebbia che faceva fatica ad alzarsi.Il freddo che entrava nelle ossa.
Mio padre che sbrinava il vetro della sua macchina. Mia madre in vestaglia che ci salutava tutti e chiudeva la porta.
L'odore di sapone e di pulito di quelli che ti passavano accanto sul bus. Le voci quasi sussurrate e l'idea del tepore dei corpi che ognuno di noi aveva lasciato nel letto.
Mi scorrevano così le immagini di questa città . Grigia e metallica. Rumorosa come il mantice di una pressa che si abbatte su una lamiera.
Una città con i ritmi della fabbrica, con i volti della fabbrica.


1975
La cena

Di solito ci si trovava a tavola tutti insieme, quando lui non era via per lavoro.
Un rito la nostra cena. L'ordine nel servire indicava le gerarchie, prima il vecchio e poi mia madre, seguivo io perché più grande e maschio e dopo le mie sorelle.

Ogni tanto arrivava mio cugino il fascio, ed il tavolo diventava un'arena intorno alla quale si consumava quello che accadeva pure fuori.
- Non ci avete vogliaaaaa di fare un cazzzzzooooo!! Venite a lavorà pe me, porca puttan ca' vi mettu a pala tra i mani. I nazzzisti ci vugliunu, puttanamadonna nun mefete bestemmià-

E intanto inforcava i rigatoni occupando con il suoi 120 kg. di muscoli e di trippa la sedia che cigolava sinistramente.

-Ma cazzostai a dì Tonì? I nazisti? io li so visti li nazisti Tonì, quanno hanno ammazzatto davanti a lu campusanto quattro pastori pecché tenevano li inglesi 'nta' la stalla. Lu chiù vecchiu teneva riciott'anni.

Al mio vecchio le vene del collo saltavano fuori anche dalla camicia, le vedevo ingigantire come tronchi di albero e istintivamente portavo il tovagliolo sulla faccia per evitare che nello scoppio qualcosa mi arrivasse addosso.

- Con voi i conti li abbiamo sistemati a Piazzale Loreto. Con quelli che so' rimasti li stiamo a chiudere adesso.
E così terminavo l'argomento limitandomi a seguire il disordine dei discorsi, le accuse e le invettive. Il tutto rigorosamente intervallato dal primo finito con la scarpetta perchéilsugocomelofaquellabenedettadonnadi mammeta nun uffanisciuno puttanamadonna, dal secondo e contorno, la frutta, il caffè e l'ammazza caffè che non prendevo perché astemio, con l'immancabile commento sottolineato da una mano spessa come un'incudine sventolata sotto il muso
-stì cazz e comunisti manc a robba bona capisciunu puttanamadonna.

Poi mio cugino andava via e quellabenedettadonna di mia madre diceva sempre
- Ma un lo fate 'ncazzà, è vostro cugino.

1976
Il tempo della guerra


"Guardati attorno, i discorsi stanno a zero se ti guardi attorno". Avevo detto quella cosa pensando di chiudere così la discussione. Ci si incontrava quasi tutti i giorni su quella panchina. In un parco dalle parti di casa mia.
Così avevo detto quella cosa senza rifletterci troppo. Ero stanco di sentire tutti quei discorsi. Attendere gli altri. la loro consapevolezza e la loro coscienza. Ero incazzato e giovane. O meglio giovane ed incazzato. Non è casuale l'ordine delle due cose. Se sei vecchio ed incazzato rumini avvitato su te stesso, ripensi a quello che avresti voluto fare e non hai fatto. Ti trovi a quel punto di arrivo e di non ritorno. La percezione di aver consumato e di non essere riuscito ad espellere la rabbia.
Perché in fondo è di quello che si tratta, rabbia. 
Dicevo, giovane ed incazzato.

Si preferiva girare di sera. In gruppo. Ogni tanto ci si trovava dalle parti della solita piola. Intorno ai tavoli i vecchi. Quell'aria azzurrognola e grigia, le nuvole di fumo. Pochi soldi, la saliva che sentivi spessa in gola quando vedevi i piatti caldi andare  da chi poteva pagare.
Ed i discorsi, le canzoni. 
Gli operai arrivavano alla spicciolata, ti guardavano un pò così. Sospettosi.
Quando produci metallo e gli dai forma di una scatoletta che il tuo padrone ti rivende a rate, impiccandoci la vita a quei pezzi di carta da pagare, non puoi che essere sospettoso verso tutti e tutto.

All'uscita, intirizziti dal freddo, nel naso l'odore di acqua marcia del Po.
"Che cazzo facciamo?". 
"Ho sentito di quella tipografia che stampa materiale per i fasci"
"Facciamoci un salto"

Il giornale veniva sfogliato andando direttamente alla cronaca cittadina. 
C'era la foto dell'ingresso annerito, i segni del fuoco all'interno, pozzanghere d'acqua e vigili del fuoco in posa di fianco a qualche rotativa a pezzi.
Il solito articolo  sulla violenza extraparlamentare.
In quelle circostanze Giulio assumeva un'aria pacifica e serena. Si sentiva realizzato in quello che facevamo. Non credeva a nessuna rivoluzione, mi aveva raccontato. Solo in quei fatti, in quelle azioni. Le uniche che secondo lui riuscivano a dare un significato a 15 anni di lavoro passato chinando la schiena e la testa.


"Non può bastare, Marco"
"Cosa?"
"Quello che facciamo. Dobbiamo lasciare un segno, entrare in guerra."

1979
Il pedinamento

A febbraio a Torino fa freddo; una roba umida che lascia gocce sugli abiti che indossi.
Ogni tanto C. si scuoteva quella patina dal cappotto; gesti fatti meccanicamente mentre con gli occhi seguiva il suo uomo.
Nell'attesa di quello, l'ennesima, ritornarono in mente quelle parole della canzone di Johnny Cash

When I was just a baby my mama told me. Son,
always be a good boy, don't ever play with guns.
But I shot a man in Reno just to watch him die
now every time I hear that whistle I hang my head and cry..


ripensò a suo padre ed alla loro vita, si accese la cicca, spense il fiammifero con il pollice come il vecchio gli aveva insegnato. Portò in alto con un soffio in un anello il fumo che usciva dai polmoni.
L'ergastolo, al patriarca gli avevano dato l'ergastolo e gli altri erano rimasti fuori.
- Non giocare con la pistola.
Un buon consiglio. La questione è che in certi momenti è l'unico strumento che ti lasciano tra le mani e tu lo usi. Sai che sarà tempo speso per niente ma vuoi mettere quel momento di assoluta potenza.
- Concentrati e lascia i pensieri- Il consiglio della compagna con cui doveva dividere l'azione.
Già, l'azione. A scuola, nel suo liceo, lo guardavano strano quando ogni tanto prendeva la parola in assemblea e raccontava come dire e fare erano parte di un'unica cosa. Le chiacchiere per uno che divideva il suo tempo tra la fabbrica, lo studio e le visite a quel vecchio chiuso in gabbia per una vita stavano a zero.

Dal portone uscì il suo uomo, una donna carica delle borse della spesa entrò e lo salutò. Facce di gente del popolo, però distanti e nel caso in questione pure infami.
Si rispolverò il cappotto e lo seguì. Doveva essere sicuro di non sbagliare.


1977 
La fabbrica



L'asfalto che macino con la mia bicicletta scorre come una pellicola grigia sotto le ruote. I viali sono larghi e gli alberi, sui due lati, provano a toccarsi. Guardo in alto il cielo che compare a sprazzi; faccio attenzione alle auto che mi sfiorano veloci. Ho in testa quella canzone di Gipo Farassino che dice" girano, girano sapessi come mi girano".
E' la storia di uno che ogni giorno percorre la sessa strada per raggiungere la fabbrica, le ruote girano come i suoi pensieri e come la rabbia che gli contorce i coglioni.

La fabbrica sul fondo è un casermone cubico senza colori; in alto i vetri delle finestre sono rotti. Nel cortile c'è qualche carcassa di automobile spogliata di tutto; il vento muove sacchetti di plastica imprigionati nel metallo delle lamiere sparse per terra.
L'occupazione dura da un mese. Il ragioniere è già tornato un paio di volte a cercare di convincere quel popolo di gente incapace di accettare l'evidenza che è ora di tornare a casa.
Gli operai siedono in circolo intorno ad un fornello con una caffettiera. Quando non fai niente, abituato a farti scandire il tempo dai ritmi delle macchine, ti sembra d'impazzire.

Li guardo e loro mi dicono di avvicinarmi. Qualcuno mi prende il giornale e va allo sport, qualcun altro chiede di amici comuni.
Ogni tanto passa la volante, guardano che tutto sia tranquillo senza neanche scendere e se ne tornano via.

"ho passato vent'anni qui dentro; ho avvitato bulloni, rimesso a posto pezzi che uscivano fatti male dalla catena, ho respirato l'odore acre del metallo. visto le scintille che mi si attaccavano ai pantaloni, aspettato il giorno di Natale e quello di ferragosto sapendo che sarei tornato dentro questo ventre di vacca.
Ero contento di venire qui e vedere come invecchiavo insieme agli altri; non eravamo neanche delle teste calde e gli scioperi li abbiamo sempre evitati. Adesso mi si è rovesciato il mondo e non ci capisco più un cazzo.
Quando torno a casa mi sento inutile; guardo mio figlio e mia moglie e vorrei morire"

E così passa il tempo nella fabbrica occupata, per tenere lontano la tristezza ogni tanto facciamo una festa.
E si che ci sono venuti in tanti a dare la loro solidarietà. Quelli del partito, gli studenti e gli intellettuali. E poi quel giorno il grande Dario Fo'.
Con il suo cappotto firmato, la sciarpa intorno al collo flaccido ed un modo di dire che non ci capivo un cazzo.
Però ridevano tutti ed allora ho riso anch'io.

I pensieri se ne vanno dagli occhi edalla testa dei miei amici. Siamo soli, questa è la verità e non verrà nessuno a salvarci. Ma in fondo chi se ne fotte; sento la canna del trono che mi tocca la gamba e mi sento sereno.

1979
La compagna 

C gli procurava una certa ansia. Il suo modo di gestire la faccenda non è che le piacesse granché. Certo lei era metodica a differenza del suo compagno però era sui particolari che quattro occhi erano necessari.
Si aggiustò la borsa a tracolla, afferrò con più forza lo scorrimano del tram. Le continue frenate la buttavano contro quelli davanti,e a lei questo non piaceva. Poteva cadere qualcosa dalla borsa e sia mai il pistolone che sentiva pesante attraverso gli strati di vestiti. 

Il solito tragitto da giorni, misurare i tempi, i passi. Calcolare gli imprevisti, immaginare una via di fuga.
Guardava Torino scorrere attraverso i vetri sporchi, metallo intorno, fabbriche, case con mattoni a vista, la solita pubblicità della birra che ogni tanto accompagnavano i suoi pasti.
Pensieri zero nel cervello, solo quell'ansia in fondo ingiustificata. Sarebbero stati in tre e il giorno successivo avrebbero fatto una prova generale partendo da quel Bar in fondo alla piazza.

Sbirri


La telefonata arrivò verso sera
-Domani faranno la pelle a qualcuno, nel Bar in piazza

Passò la notte agitata, nella testa l'immagine di suo padre. Nel quartiere la sua famiglia veniva descritta come una banda di malavitosi mafiosi, quella scelta gli faceva pensare di essere in grado di dare dignità a percorsi di vita che non condivideva.
Per lui ora la questione importante era quella di dare uno sbocco, un'orizzonte a chi passava il tempo su progetti che non avevano niente al fondo se non la necessità di sopravvivere come clan a sé stessi.
Nella presa di coscienza di una società di ineguali in cui riparare torti secolari c'era anche quell'azione. Almeno così credeva lui. Il compagno C,

Torino si risvegliò in un'alba fredda. Le luci si spensero nelle strade e si accesero nelle mille cucine in cui in molti preparavano una veloce colazione. I tram uscivano dai depositi e le madri tiravano giù dai letti i  figli.

In questura avevano organizzato tutto. Controllato mille volte i particolari di quella telefonata, scorso la voce per capire la provenienza.
Gli uomini indossarono i giubbotti antiproiettile.

Il bar aveva tirato su le saracinesche da poco. C. entrò per primo seguito da lei. Il terzo stava fuori seduto sulla panchina a leggere il giornale e fumare una sigaretta.

Il posto era come tanti lì ai margini del centro di Torino, le pareti coperte da immagini di calendari di tutti i tipi. Il bancone lucido ed una fila di bottiglie e bicchieri sul retro.
C ordinò un caffè per sé e per lei. Si toccò la tasca e si sentì più sicuro nel sentire lo spessore della canna della pistola.
Dalla radio iniziarono a trasmettere un pò di musica, gli sembrò roba dei Pink Floyd ma non ne era sicuro. Per un attimo pensò a quando con lei giravano senza tempo al parco vicino casa, le corse, le mani che si intrecciavano e poi d'un tratto niente di più che la sua immagine che si allontanava.
Tutto accadde come al rallentatore, sentì dei passi, intravide una divisa, vide un volto contratto dal terrore, alzò lo sguardo, osservo' il muro aprirsi come d'incanto sotto una gragnucola di colpi, i rumori giunsero ovattati, provò a girarsi e correre avvertì qualcosa che bruciava nel petto e sul viso, osservò il suo sangue scuro come la notte uscire dal suo corpo, avvertì il freddo, chiamò sua madre, allargò le braccia e salutò un uomo in prigione. Forse era un sogno. Cadde
Cazzo è tutto nero compagni-
Non avvertì nientaltro ed andò via.

1988

Guatemala
Adesso sono qui, sono passati nove anni.
Al mattino le nuvole riempiono il cielo di città del Guatemala.
La vita inizia presto  nelle strade. Centinaia di indios si allungano per i viali della città, la gente povera affolla i marciapiedi.
Il tempo scorre lentamente ora.
Mi carico lo zaino sulle spalle e mi dirigo verso il terminal dei pulman. Compero il biglietto per Puerto Barrios. Mi stendo sulla panca, il ragazzino all'angolo mi vende il giornale.
Mi lascio alle spalle la città.

 1979
Raccolsero i corpi trascinandoli prima per i piedi e mettendoli poi nelle casse da morto. In un ultimo moto di vendetta qualcuno aveva strappato il maglione a lei che giaceva ora a torso nudo.
Ricordo le loro foto sul giornale. Al circolo ci trovammo attoniti intorno a quelle immagini.
Mentre negli uffici e nelle fabbriche la gente si occupava di quello per cui pensavano di dover riempire la loro vita, noi osservavamo con la rabbia negli occhi ed i pugni stretti due corpi stesi dentro un Bar un giorno di Febbraio qui a Torino.


1989
Il posto in cui dormo costa pochi quezales al giorno.Il letto ha le lenzuola pulite quasi tutti i giorni. Un'india lava il pavimento tutte le mattine.
Di notte, quando ritorno, trovo un ragazzo Salvadoregno sulla veranda, steso sull'amaca fa la guardia. Il padrone è un cinese.
La facciata delle case è di un azzurrino tenue, continui lkavori di manutenzione danno al tutto un'aria di perenne approssimazione e disordine.
La doccia la faccio in una sorta di buco in cui l'acqua arriva lentamente e lentamente va via sul fondo del pavimento.
Lascio le mie cose sotto il materasso quando esco al mattino.
La colazione la faccio scegliendo con cura dal menù i soliti piatti.
Ragazzini mi offrono noci di cocco e pane.
Livingstone non è molto grande, le sue strade sono viottoli che si perdono tra case di paglia e baracche da cui escono rivoli di fumo.
L'odore di bruciato aleggia nell'aria.
Ci sono un cinema ed una sala da biliardo, un bar si chiama Fantasiland.

1978

Una fresca mattina di primavera sul Po. Le barche con i vogatori velocemente attraversano l'acqua in tutta la sua lunghezza lasciando cerchi e spirali che disegnano immagini contorte.
Siamo seduti a cavalcioni sul parapetto e guardiamo tutto quello che vive scorrerci intorno.
Dalle parti dei Murazzi molta gente sfoga la sua voglia di movimento mettendo scarpette ai piedi e correndo.
Mi stringo a lei e Giancarlo è lì con noi.
- Ho rivisto mia madre questa mattina, usciva per andare a comperare da mangiare per sè e per i suoi gatti.
- Come sta?
- Uno schifo, da quando mio padre è caduto giù dal tetto per quel lavoro. Provo a darle una mano ma non è facile.
- Come pensi di fare? Non credo che reggerebbe il colpo di vederti implicato in questioni che potrebbero cambiarti la vita.
- Già, come si dice il personale è politico. In ogni caso sarà una scelta difficile e da perdente, temo.
- Cosa vuoi dire?
- Che in ogni caso penso che uscire ora, dall'organizzazione che ci siamo dati, è da vigliacchi e nello stesso tempo che rimanerci non cambierà lo stato delle cose
-Cambiare lo stato di cose presenti, ricordi? ci vuole qualcuno che se ne assuma l'onere
- Come tanti prima di noi, saremo testimonianza Marco. niente di più.
-Sembri un poeta, come foglie nel vento?
- Manco quello, solo ombre. Gente all'indice e niente più, pane per i moralisti.

Lei ci ascoltò per tutto il tempo in silenzio, sbadigliò su quest'ultima frase e se ne andò borbottando
- echepalle 'sti due
-ma vaffanculo và
Lo dicemmo insieme io e Giancarlo, continuammo a guardare le barche e sorridemmo





























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