martedì 6 ottobre 2009

La fabbrica

L'asfalto che macino con la mia bicicletta scorre come una pellicola grigia sotto le ruote. I viali sono larghi e gli alberi, sui due lati, provano a toccarsi. Guardo in alto il cielo che compare a sprazzi; faccio attenzione alle auto che mi sfiorano veloci. Ho in testa quella canzone di Gipo Fassino che dice" girano, girano sapessi come mi girano".
E' la storia di uno che ogni giorno percorre la sessa strada per raggiungere la fabbrica, le ruote girano come i suoi pensieri e come la rabbia che gli contorce i coglioni.

La fabbrica sul fondo è un casermone cubico senza colori; in alto i vetri delle finestre sono rotti. Nel cortile c'è qualche carcassa di automobile spogliata di tutto; il vento muove sacchetti di plastica imprigionati nel metallo delle lamiere sparse per terra.
L'occupazione dura da un mese. Il ragioniere è già tornato un paio di volte a cercare di convincere quel popolo di gente incapace di accettare l'evidenza che è ora di tornare a casa.
Gli operai siedono in circolo intorno ad un fornello con una caffettiera. Quando non fai niente, abituato a farti scandire il tempo dai ritmi delle macchine, ti sembra d'impazzire.

Li guardo e loro mi dicono di avvicinarmi. Qualcuno mi prende il giornale e va allo sport, qualcun altro chiede di amici comuni.
Ogni tanto passa la volante, guardano che tutto sia tranquillo senza neanche scendere e se ne tornano via.

"ho passato vent'anni qui dentro; ho avvitato bulloni, rimesso a posto pezzi che uscivano fatti male dalla catena, ho respirato l'odore acre del metallo. visto le scintille che mi si attaccavano ai pantaloni, aspettato il giorno di Natale e quello di ferragosto sapendo che sarei tornato dentro questo ventre di vacca.
Ero contento di venire qui e vedere come invecchiavo insieme agli altri; non eravamo neanche delle teste calde e gli scioperi li abbiamo sempre evitati. Adesso mi si è rovesciato il mondo e non ci capisco più un cazzo.
Quando torno a casa mi sento inutile; guardo mio figlio e mia moglie e vorrei morire"

E così passa il tempo nella fabbrica occupata, per tenere lontano la tristezza ogni tanto facciamo una festa.
E si che ci sono venuti in tanti a dare la loro solidarietà. Quelli del partito, gli studenti e gli intellettuali. E poi quel giorno il grande Dario Fo'.
Con il suo cappotto firmato, la sciarpa intorno al collo flaccido ed un modo di dire che non ci capivo un cazzo.
Però ridevano tutti ed allora ho riso anch'io.

I pensieri se ne vanno dagli occhi edalla testa dei miei amici. Siamo soli, questa è la verità e non verrà nessuno a salvarci. Ma in fondo chi se ne fotte; sento la canna del trono che mi tocca la gamba e mi sento sereno.

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