domenica 25 gennaio 2009

La guerra è allo stato


"Guardati attorno, i discorsi stanno a zero se ti guardi attorno". Avevo detto quella cosa pensando di chiudere così la discussione. Ci si incontrava quasi tutti i giorni su quella panchina. In un parco dalle parti di casa mia.
Così avevo detto quella cosa senza rifletterci troppo. Ero stanco di sentire tutti quei discorsi. Attendere gli altri. la loro consapevolezza e la loro coscienza. Ero incazzato e giovane. O meglio giovane ed incazzato. Non è casuale l'ordine delle due cose. Se sei vecchio ed incazzato rumini avvitato su te stesso, ripensi a quello che avresti voluto fare e non hai fatto. Ti trovi a quel punto di arrivo e di non ritorno. La percezione di aver consumato e di non essere riuscito ad espellere la rabbia.
perché in fondo è di quello che si tratta, rabbia. 
Dicevo, giovane ed incazzato.

Si preferiva girare di sera. In gruppo. Ogni tanto ci si trovava dalle parti della solita piola. Intorno ai tavoli i vecchi. Quell'aria azzurrognola e grigia, le nuvole di fumo. Pochi soldi, la saliva che sentivi spessa in gola quando vedevi i piatti caldi andare  da chi poteva pagare.
Ed i discorsi, le canzoni. 
Gli operai arrivavano alla spicciolata, ti guardavano un pò così. Sospettosi.

All'uscita, intirizziti dal freddo, nel naso l'odore di acqua marcia del Po.
"Che cazzo facciamo?". 
"Ho sentito di quella tipografia che stampa materiale per i fasci"
"Facciamoci un salto"

Il giornale veniva sfogliato andando direttamente alla cronaca cittadina. 
C'era la foto dell'ingresso annerito, i segni del fuoco all'interno, pozzanghere d'acqua e vigili del fuoco in posa di fianco a qualche rotativa a pezzi.
Il solito articolo  sulla violenza extraparlamentare.
In quelle circostanze Guido assumeva un'aria pacifica e serena. Si sentiva realizzato in quello che facevamo. Non credeva a nessuna rivoluzione, mi aveva raccontato. Solo in quei fatti, in quelle azioni. Le uniche che secondo lui riuscivano a dare un significato a 15 anni di lavoro passato chinando la schiena e la testa.


"Non può bastare, Marco"
"Cosa?"
"Quello che facciamo. Dobbiamo lasciare un segno, entrare in guerra."

Mi ero ritrovato così a correre su per i vicoli. Perché avevamo deciso di dichiarare guerra allo stato.
Pensavo a questo mentre guardavo quei corpi, in Salvador. A come ci ero arrivato a decidere di andare da un'altra parte. In un luogo lontano, in cui sentirmi libero di scegliere da che parte stare. Senza dubbi. Al netto delle debolezze e della paura per ciò che mi coinvolgeva. Solo con una macchina fotografica.

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