sabato 24 gennaio 2009

Il reporter

Ci si mette un po' a raccogliere gli stracci, fare la valigia ed andare via. Ho guardato la strada a destra prima, a sinistra poi. La luce del lampione aiuta. Sui ciotoli che calcio via è rimasta qualche goccia della pioggia di oggi.
Qui, lontano da casa mille miglia provo a cercare fortuna.
Non quella fortuna a cui pensate voi; i soldi o le donne o quei vestiti che vi fanno sentire un signore. Se un signore lo potete riconoscere da come veste.
In questa ricerca comincio dal basso. Da questa specie di hotel abitato da savadoregni e guatemaltechi. Facce da indio, quasi scolpite e quasi tutte uguali. Tratti definiti da orientale, capelli di un nero corvino e lisci come la seta.
Però cattivi.
Ho intravisto ai piedi del vulcano il sentiero da percorrere per arrivare dove far qualche foto a cadaveri imputriditi ed incartapecoriti dal sole. Soddisferò la mia sete di denuncia, mi sentirò più vivo in mezzo ai morti.Ancora più convinto dei miei ideali. Indipendentemente dal perché della loro morte.

L'esercito li ha raccolti di notte, una notte come questa. Sono saliti lentamente sui camion. le donne sommessamente hanno pianto, i bambini si sono nascosti dietro le gonne delle madri.
Mi hanno narrato di qualche urlo, di qualche risata, delle bestemmie.
Se ne sono andati lentamente ma rumorosi. Quelli rimasti hanno rabbrividito sotto le coperte ringraziando il signore.
Un colpo alla nuca, una parte del cranio che vola via, schizzi di sangue e la faccia giù con la bocca aperta a mordere la terra.
Sono morti così quel giorno nel Salvador. Ed io qui che cerco ciò che è rimasto. Con la speranza di far fortuna con qualche immagine che vi colpisca al mattino, mentre sorseggiate il vostro caffè nero, di fianco alla pubblicità della prossima auto che acquisterete e che, in fondo, piace molto anche a me.

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